intervista a Rubens per il Popolo Saharawi

Qualche settimana prima di Pasqua, sono rimasta sorpresa e coinvolta dal progetto portato avanti da Rubens Noviello, un compaesano di Padova che attraverso il suo profilo Facebook promuoveva un contributo per le uova di Pasqua e teiere personalizzate a scopo benefico per il popolo Saharawi. L’ho avvicinato e gli ho chiesto se potevo intervistarlo.

1. Raccontaci un po’ di te…in particolare, la cosa che mi interessa di più è la tua motivazione: perchè aiuti il popolo Saharawi?

La mia motivazione nasce nel 2010 perchè vado nei campi Saharawi Profughi da semplice maratoneta. Mi sono appassionato di corse in Africa e in quel frangente il mio sindaco, Enrico Rinuncini, che aveva fatto la tesi di laurea sul popolo Saharawi mi ha informato di questa opportunità. Così mi sono iscritto alla maratona e ho partecipato alla Sahara Marathon. Ho capito che è molto di più di una semplice corsa e ho deciso di scrivere un libro, che si intitola: “La corsa verso il Mare” proprio riguardo a questo. Inizialmente i ricavi di questo scritto sono stati dati per finanziare dei progetti in Saharawi. Nel corso del tempo la passione per questo popolo è stata condivisa con i miei amici a tal punto che è nata l’associazione, 1514 Oltre Il Muro

Ogni anno ritorno; da quest’anno faccio parte dell’organizzazione italiana della Sahara Marathon.

Cos’è la Sahara Marathon?

Questo evento è una corsa nel deserto del Sahara che si svolge l’ultima settimana di febbraio, in coincidenza della festa nazionale del popolo Saharawi in cui é stata proclamata la Repubblica. Questa corsa ha l’obbiettivo di far fare un viaggio con lo scopo di sensibilizzare a livello mondiale riguardo la situazione in cui versa il popolo Saharawi.

Questo evento coinvolge circa 700 persone di 30 stati diversi. Quest’anno che coincidenza: 42 Km , 42 anni di occupazione e 42 italiani! 😉

Inoltre abbiamo coinvolto un testimonial d’eccezione: Giovanni Storti, del trio comico: Aldo, Giovanni e Giacomo, che è venuto a correre con noi!

Purtroppo riguardo a questa vicenda se ne parla poco, per cui avere testimoni di questo calibro è molto importante. Giovanni, come me, e come tutti, rimane stregato, poi c’è chi scrive, fotografa, diventa ambasciatore per aiutare queste persone.

2. Mi parli un po’ del popolo Saharawi?

E’ un popolo pacifico che vive relegato in dei campi profughi al sud ovest dell’ Algeria perchè il Sahara Occidentale è stato invaso dal regno del Marocco nel ’76. La sensibilizzazione che facciamo ha l’obbiettivo di rendere noto che esiste ancora una colonia africana, il Sahara Occidentale, sfruttata anche da noi europei.

Il popolo Saharawi è un popolo dignitoso che ha deciso di intraprendere in maniera pacifica e diplomatica, appellandosi all’ONU e al diritto all’autodeterminazione).

I Saharawi reclamano un referendum per tornare a casa; l’ONU é d’accordo, ma puntualmente il veto di Francia e Stati Uniti, all’interno del Consiglio di Sicurezza, ostacolano il processo che dovrebbe portare alla votazione.

3. Quali sono le condizioni di vita della popolazione attualmente?

I Saharawi nascono come nomadi e sono un popolo che vive completamente di aiuti umanitari. Nel momento in cui gli aiuti umanitari cesseranno di arrivare è destinato a scomparire.

C’è una buon tasso di alfabetizzazione della popolazione (circa 95%); tanti studiano all’ estero grazie ai progetti universitari messi a disposizione da nazioni quali Cuba, Spagna e in alcuni casi anche Italia.

Hanno un sistema sanitario minimale perchè hanno poche medicine; esiste un ospedale nazionale, ma tutto ciò che esula dalla malattie standard e che richiede specializzazione dipende dai progetti delle commissioni estere straniere.

Un altro progetto è quello di finanziare delle commissioni di medici stranieri che vanno ad operare dall’Italia.

La percentuale di celiachia nella popolazione Saharawi è molto alta (3,8% anzichè lo 0,6% della media). Gli aiuti umanitari non contemplano disturbi alimentari e quindi il disagio per chi è celiaco è notevole.

Altri hanno calcoli renali. Alcuni vanno a Modena, altri a Reggio Emilia e seguono dei protocolli per fare dei controlli medici.

Il progetto accoglienza bambini prevede che in estate (per circa 50 giorni) un centinaio di ragazzini vengano ospitati in Italia. I primi check medici sono indirizzati a scoprire casi di celiachia e calcolosi renali.

I bimbi che superano i test medici li portiamo nelle nostre associazioni; stanno circa 50 giorni in Italia. Quest’anno la nostra associazione li ospiterà 10 giorni a Noventa Padovana.

Cerchiamo di farli stare con i bambini italiani, li portiamo nelle scuole a parlare. Diventano, così, ambasciatori di pace. In giro per l’europa ce ne sono circa 4.000. In Italia un centinaio.

4. E’ possibile, secondo te, sviluppare delle forme di sviluppo responsabile? Chi le organizza? Quale associazione o struttura?

Certo che sì; siamo entrati in circuiti di turismo legato a persone che viaggiano per vivere i territori e la Sahara Marathon si presta benissimo per questo. E’ un viaggio dove non ci sono comfort, si vive in tenda, da profughi in campi profughi, non si rischia niente. C’è la possibiltà di vivere la natura, quella che c’è là. Il deserto è strano, molto brullo. Il periodo migliore per andarci è tra ottobre e marzo.

Da maggio a settembre è impossibile andare là perchè ci sono circa 60°gradi.

Questo è il motivo per cui d’estate portiamo qui i bambini.

E‘ pensabile anche di andare da soli non affidandosi alle organizzazioni o associazioni. Diventa naturalmente tutto un po’ più complesso, per cui noi consigliamo di contattarci nel caso in cui si voglia condividere idee e progetti.

A causa di una clausola che si chiama lo “sconsiglio” imposta dal governo marocchino al governo italiano, le agenzie di viaggio non possono proporre pacchetti di viaggio in Saharawi e questo perchè il pacchetto Sahara Marathon non esiste, se non grazie a dei volontari.

Di contro nel Sahara Occidentale occupato illegalmente dal Regno del Marocco le agenzie italiane vendono illegalmente pacchetti di turismo per andare a fare surf a Dahkla. Questo è turismo irresponsabile.

Per portare delle persone non volontarie che vogliono andare lì, noi possiamo fare da tramite nel senso che abbiamo tutte le competenze perchè facciano una vacanza responsabile.

5. Come è possibile aiutare il popolo Saharawi?

In un periodo in cui si parla di profughi e di persone che scappano, questo è un fenomeno esattamente al contrario. Loro, infatti, desiderano tornare a casa loro e il modo per aiutarli è sviluppare dei progetti a casa loro ed è quello che facciamo noi, attraverso una raccolta fondi, senza finanziamenti pubblici. Quindi le uova di Pasqua, ad esempio, sono un progetto, tra i tanti, che ci servono per portare avanti e finanziare la nascita e lo sviluppo di altri progetti.

Non doniamo soldi, ma creiamo progetti e finanziamo tramite dei progetti. Creiamo figure professionali.

Come aiutarli? Affidarsi alla nostra associazione, condividere le nostre esperienze, attraverso i progetti che l’associazione 1514 OltreilMuro sta portando avanti.

Inoltre abbiamo abbinato il progetto Sahara Marathon con il progetto Lifegate, un progetto ad impatto zero, in cui ci hanno calcolato quanto consumiamo per andare in Algeria: circa 40 euro del viaggio in aereo. Quindi noi gli versiamo 40 euro/persona per ogni viaggio così Lifegate ci dona un attestato, mentre l’organizzazione si è impegnata a reinvestirli nel ripopolamento di alberi di una foresta in Madagascar.

7. Hai un messaggio da dare alle persone che ci leggono?

Vi racconto un aneddoto che il Rappresentante in Italia dei Saharawi ci ha detto: “Parlate di NOI”

La strada intrapresa da questo popolo è diplomatica, quindi parlare in tanti di loro è sicuramente la cosa più efficace.

E’ così sarà fatto e mi auguro proprio che grazie a questa intervista di “smuovere” un pochino gli animi e le coscienze di noi tutti. Da fare ce n’è tanto, ognuno di noi può dare il suo contributo e fare la sua parte per migliorare un pezzettino di mondo…

 

Alla prossima,

Francesca

Intervista a Paolo Caneva, accompagnatore di Viaggi in Etiopia

Qualche mese fa ho re-incontrato un amico, Luca, che era appena tornato da un Viaggio in Etiopia e mi raccontato, con la gioia nel cuore, di un’esperienza unica e autentica che aveva provato nel suo viaggio. Dal suo racconto percepivo una profonda voglia di ritornarci, non appena possibile.

Mi ha colpito la modalità di svolgimento dell’esperienza: accompagnati da una persona italiana, completamente integrata, che ha contatti diretti con le comunità locali, che cerca di sviluppare il turismo sostenibile. Ho chiesto di essere messa in contatto con questa persona, Paolo Caneva, e grazie a whatsup (santo subito!) e qualche scambio di e-mail abbiamo concordato un’intervista.

Si tratta di un’intervista un po’ speciale: è a 4 mani (o meglio a 6, per la verità!) in cui Paolo, ci parla come organizzatore del viaggio e Luca, invece, ce ne parla come turista, visto che il viaggio l’ha fatto in prima persona!

Raccontaci un po’ di te…com’è vivere in Etiopia?

Sono originario di Udine, vivo e lavoro come accompagnatore in Etiopia perchè mi consente di avere uno stile di vita più tranquillo, a misura d’uomo.

La prima volta che sono venuto in Etiopia è stato nell’agosto del 2004, ho partecipato ad un campo di lavoro, organizzato dalla diocesi di Udine. Nel gennaio del 2005, poi, sono venuto a vivere in Etiopia; mi sono sposato nell’aprile del 2006 con Shitaye. Mia moglie è etiope, abbiamo 4 figli nostri: Teresa, Mary, Francesco, Pietro ed una bambina adottata, Tzagà.

Per motivi religiosi, ho scelto di collaborare con la Chiesa Cattolica. Ho fatto diverse esperienze ad Addis Abeba, Wolisso e Debre Markos, poi dall’agosto del 2006 ho firmato una convenzione con il Vescovo di Emdibir e quello di Udine in qualità di missionario laico Fidei Donum. In seguito, però, nel luglio del 2013 questa convenzione è stata interrotta in quanto ho deciso di trasferirmi ad Addis Abeba con la mia famiglia, dato che le figlie, in questa città, frequentavano la scuola italiana. Ho deciso però di continuare ad accompagnare gruppi di persone in Etiopia, per farla conoscere meglio, al di fuori dei flussi turistici di massa.

In Etiopia ci sono delle grandi differenze sociali, poche persone molto ricche, tante persone poverissime. Noi, come famiglia, abbiamo tutto quello che ci serve, abbiamo una casa in muratura, l’acqua e la luce ci sono quasi sempre.

Perché l’Etiopia? il tuo futuro in che paese lo vedi?

Come cattolico dico che “la provvidenza ha deciso per me”. Io sono semplicemente andato all’ufficio missionario della diocesi di Udine e mi hanno proposto l’Etiopia, così sono partito e mi sono “af-fidato”.

E’ difficile pensare a dove sarà il mio futuro, anzi, devo dire il nostro, dato che penso come famiglia e non come singolo. Vivo in città, dove la vita è molto pesante, tanto traffico e tanto inquinamento, mi piacerebbe rientrare in Italia, ma non so quando sarà possibile, ci stiamo pensando.

In che modo intendi sviluppare il turismo solidale e responsabile in Etiopia?

Sto cercando di farmi conoscere, sto studiando nuovi itinerari. Il tipo di turismo che propongo è una novità assoluta, nessuno lo sta facendo, ancora qui. Certo, non è per tutti! Ci vuole: la voglia di rischiare, di mettersi in gioco e soprattutto il desiderio di guardarsi dentro.

5. Che cosa intendi per turismo di “missione”?
Paolo: Organizzo degli itinerari in cui i pernottamenti sono all’interno delle missioni cattoliche, è un turismo diverso, che permette di vedere l’Etiopia da vicino, di capire, non è solo un viaggio del corpo, ma anche dell’anima.

Luca: il viaggio in Etiopia con Paolo è sicuramente fuori dal paradigma del viaggio da turisti, ma non per questo meno interessante o scomodo, anzi! L’Etiopia non è un paese che dispone di strutture alberghiere adatte ad accogliere il turista occidentale, tanto che molti tour operator offrono il viaggio in questo paese con il pernotto in tenda. L’appoggio alle strutture cattoliche invece garantisce un tetto, l’acqua e la corrente (quasi sempre!) Ma il vero vantaggio è la vicinanza delle missioni alle persone. Non c’è agenzia viaggi che abbia una relazione forte, duratura ed intima con le persone come i missionari. Questo permette di raggiungere, vedere, conoscere posti che nessun altro ti può proporre.

Che tipo di escursioni organizzi?
Paolo: Propongo escursioni in posti turistici minori, desidero far conoscere la “vera” Etiopia.
Ho molti contatti diretti con i villaggi, dove accompagno i turisti, con i religiosi e con le persone del luogo.

Luca: Abbiamo potuto vedere alcuni parchi, godendo di panorami mozzafiato e la vista di alcuni animali veramente selvatici, non come in altri posti dove si è praticamente in uno zoo. Poi, la realtà delle missioni permette di vedere scuole, villaggi ed ospedali che consentono di conoscere la realtà del paese, dal punto di vista sociale e religioso. Perché bisogna tener conto che visitare l’Etiopia escludendo il lato religioso vuol dire non conoscere l’Etiopia. Non mancano ovviamente le visite alle città e ristoranti, godere della cucina tipica e dello street food.

Come tornano i turisti che accompagni alla fine del viaggio?
Paolo: Alla fine del viaggio sono cambiati, hanno vissuto un viaggio, un’esperienza che fa crescere e pensare.

Luca: Ero aperto all’adattamento, che si sa, quando si va in Africa è d’obbligo. In realtà le strutture cattoliche fornivano un comfort al di sopra delle mie aspettative, senza ovviamente poter superare quei problemi strutturali del paese (tempi degli spostamenti, black-out elettrici o mancanza di connettività di rete). Bisogna tener conto di grandi tempi morti, che dopo il tramonto la giornata è finita, si resta a casa in attesa che il sole sorga pronti per una nuova giornata.
Si torna a casa sicuramente arricchiti, pieni dei ricordi dei sorrisi, della gioia e della semplicità delle persone. E poi ci sono i missionari, persone dal cuore grande, che hanno fatto della loro vita un totale gesto d’amore.

Perché hai deciso di sviluppare questa forma di turismo sostenibile?

Perché aiuta i turisti a crescere nello spirito e a riflettere sul loro stile di vita. In Italia si corre troppo, senza motivo. Un viaggio in Etiopia permette di riflettere sulle vere priorità di ciascuno e, spesso, cambiarle.

Come possiamo trovarti?

Ho un sito internet: www.volontariatoetiopia.org però la connessione in Etiopia è molto scadente, per cui faccio fatica a gestire tutto quello che necessita di internet. Rispondo quotidianamente alle email che arrivano, questo è il mio indirizzo: paolo.caneva@gmail.com

Funziona molto il passaparola, vivo qui da molti anni, tanti sono stati qui , e chi mi ha conosciuto, mi aiuta a promuovere l’iniziativa che sto portando avanti.

Vuoi lasciare un messaggio a chi sta leggendo?
Paolo: L’Etiopia è un paese meraviglioso, con il viaggio che vi propongo avrete la possibilità di toccare con mano la realtà.

Luca: E’ sicuramente un’esperienza da proporre a chi è curioso. Non richiede vaccinazioni o chissà quale adattamento, forse solo un po’ di elasticità sul cibo. Per il resto c’è tanto sole da scaldare l’anima 🙂

 

Ringrazio Paolo per essersi messo in gioco e parlarci delle bellissime esperienze di turismo responsabile che organizza.  Un ringraziamento speciale anche a Luca Giacomelli per le sue parole di avvicinamento all’esperienza e alle sue meravigliose foto di viaggio.

Dena Hunu! Arrivederci (in etiope) 

Melkam Guzo! Buon Viaggio (in etiope)
Francesca

 

Il viaggio attraverso il cibo


Qualche settimana fa ho partecipato alla serata conclusiva del progetto l’Infinito Viaggiare: storie, letture e racconti della”società del migrare”, progetto coordinato dall’associazione LIES (laboratorio d’inchiesta economica e sociale) che ha avuto l’obbiettivo di dar vita a dei percorsi culturali in grado di favorire la coesione sociale.

Il progetto è stato articolato in varie azioni da parte di più soggetti partecipanti nel corso di tutto l’anno 2016: alcune librerie indipendenti, alcune associazioni e cooperative che si occupano di integrazione, educazione e teatro. Le azioni implementate si sono suddivise in una serie di presentazioni di libri, di incontri, di mostre e anche di un paio di passeggiate interculturali sul tema delle immigrazioni e del cibo, dal titolo: in viaggio attraverso il cibo…il piatto dell’amicizia”.

Il cibo infatti parla di noi, delle nostre origini, dei nostri gusti e disgusti.

Ecco perchè l’abbiamo utilizzato come un marcatore tangibile e simbolico dei confini che caratterizzano lo spazio sociale.

“Mangiare è distinguere, discriminare, ma è anche includere e accogliere” cit. Pamela Pasian

Come Associazione Vite in Viaggio abbiamo portato avanti l’iniziativa attraverso eventi aperti a tutta la cittadinanza: delle passeggiate, appunto per scoprire degli spazi urbani con gli occhi di giovani migranti o di origine migrante per elaborare insieme dei tragitti, partendo dal loro sguardo della città e sulle traiettorie che quotidianamente percorrono.

Nello specifico, in collaborazione con la Prof.ssa Franca Bimbi, dell’Università degli studi di Padova, assieme a Pamela Pasian, ricercatrice di sociologia dipartimento FISSPA, e Carmen Gurinov, accompagnatrice turistica, abbiamo fatto un bando per selezionare 10 immigrati o figli di immigrati (nati in Italia o all’estero) dai 18 ai 35 anni per intraprendere un percorso come accompagnatori interculturali.

Il lavoro si svolto in due incontri in aula; nel primo abbiamo cercato, come organizzatori, di innescare la conoscenza tra le partecipanti (si, 5 ragazze! ) e di coordinare un dibattito a proposito dei diversi cibi, stili e abitudini nei vari paesi di origine.

Poi nel secondo incontro abbiamo approfondito gli aspetti più tecnici per la creazione di itinerari turistici nella città di Padova: il turismo tematico, la definizione di itinerari costruiti, pensando al tema specifico del cibo. Inoltre abbiamo sottolineato come l’esperienza potesse essere un chiaro esempio di turismo responsabile, cercando di comprendere quali caratteristiche avrebbe dovuto avere:

  • partecipazione attiva delle varie attività coinvolte (negozi, ristoranti, locali, bar) con una piccola intervista fatta al responsabile dell’attività per far comprendere ai partecipanti la provenienza dei migranti e trasmettere al pubblico le motivazioni che li hanno portati fin qui;
  • mobilità sostenibile: muoversi a piedi o utilizzando i mezzi pubblici;
  • coinvolgimento della comunità per l’organizzazione dell’evento e per lo sviluppo di un confronto aperto tra i partecipanti;
  • ri-scoperta di itinerari urbani visti con gli occhi di chi ci abita.  

Che altro dirvi? Per me, come co-organizzatrice, è stata un’esperienza professionale sicuramente molto stimolante che mi ha permesso d’apprendere cose nuove e di capire meglio punti di vista e di gusto  😉 diversi dal mio e altrettanto gustosi, ve lo assicuro! Sono stata molto orgogliosa perchè ho visto le ragazze crescere, le accompagnatrici interculturali, Sonya, Meriem, Marcela, Francesca, Leyla, hanno preso via via maggiore sicurezza nel prendere contatti con i gestori dei locali, nella collaborazione reciproca, nel parlare in pubblico e alla fine sento che hanno acquisito maggiore fiducia in loro. Abbiamo raccolto il frutto delle passeggiate costruite e le ricette del loro paese in una guida che potete scaricare qui in formato pdf: http://bit.ly/2lPQbYX

Non vedo l’ora che arrivi il prossimo incontro con loro, perchè il progetto delle passeggiate interculturali riparte anche quest’anno a partire da marzo con alcune ore di formazione in aula alternate da 3 passeggiate in giro per a città.

Alla prossima passeggiata interculturale!

AITR incontra sabato 28 maggio

 

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Sabato 28 maggio AITR, Associazione nazionale di Turismo Responsabile, ha organizzato un incontro a Reggio Emilia, la mattina per permettere alle realtà B2B di incontrarsi, e nel pomeriggio ci sono state invece delle presentazioni dei prossimi progetti e iniziative dei soci. Personalmente non ho potuto partecipare, ma immaginate la sorpresa e contentezza nel venire citata nel loro volantino, tra le testimonianze:

Testimonianza di F. Panizzolo, partecipante al corso di formazione di Bologna 2016:
“Frequentando questo corso mi sono resa conto di quanto sia essenziale la formazione continua in ambito turistico dato che il non sapere o la presunzione di sapere è talmente alta che si rischia a volte di parlare senza conoscere.
Difficile esprimere a parole i visi, i sorrisi, le parole che ci siamo scambiati in questi 3 giorni. Posso dire che per me è stato una scambio di idee e di relazioni personali che ha generato una grande motivazione nel diffondere e far crescere il tema del Turismo Responsabile e auspico altre possibilità di formazione utili come questa!

Cosa mi è rimasto di questo corso?
Tante emozioni, una sensazione che nonostante tante cose non vanno proprio come vorremmo “ce la possiamo fare basta volerlo” e l’importanza delle comunità locali. Questo tema è stato più volte ribadito da tutti i docenti e ho compreso che è punto focale per fare turismo responsabile: coinvolgere le imprese e gli operatori del luogo visitato, aiutandoli a crescere e a svilupparsi economicamente e socialmente, nel pieno rispetto dell’ambiente in cui vivono.”

Grazie AITR! a presto!

Alberto Cogo, viaggiatore e cicloturista responsabile

Raccontaci un po’ di te: quando hai iniziato a viaggiare, quale motivazione ti ha spinto e perché hai utilizzato proprio la bicicletta come mezzo…

Ho iniziato ad affacciarmi al viaggio in bicicletta all’età di 14 anni o poco prima. Iniziavo a girare per i dintorni in bicicletta e mi rendevo conto che pedalare mi dava spensieratezza ed un benessere che non capivo. Col senno di poi direi che la bicicletta mi dava una pace dei sensi…

Raccontaci un po’ di te: quando hai iniziato a viaggiare, spinto da quale motivazione e perché utilizzando proprio la bicicletta come mezzo…

Ho iniziato ad affacciarmi al viaggio in bicicletta all’età di 14 anni o poco prima. Iniziavo a girare per i dintorni in bicicletta e mi rendevo conto che pedalare mi dava spensieratezza ed un benessere che non capivo. Col senno di poi direi che la bicicletta mi dava una pace dei sensi.

A fianco di questa passione che stava per nascere la mia testa sognava mondi lontani, iniziava a consolidarsi l’idea che viaggiare fosse un qualcosa di bello.

Unire le due cose è stato un attimo. Viaggiare in bicicletta univa queste due nuove passioni e sembrava immergermi in un mondo fantastico che scompariva come per magia ogni volta che la bici rientrava in garage.

Che significato ha per Alberto il viaggio?

Per me il viaggio era una porta di accesso ad un mondo fantastico. Al di là dei luoghi comuni che vogliono il viaggio come uno strumento di crescita, un modo per conoscere il mondo. Per me era un piacere, era entrare in uno status di vita elevato, superiore a qualsiasi altro, impagabile e incorruttibile.

Che differenza c’è tra viaggiatori e turisti?

Mi piace paragonare il viaggiatore a chi fa un pellegrinaggio di fede mentre il turista ad un ateo che visita una chiesa: il primo è spinto da una motivazione religiosa, ha fatto ore di corriera per giungere alla meta e il suo percorso è stato anche di fede. Lo spirito del turista è quello di chi ha fatto chilometri a piedi per raggiungere quella chiesa e quando entra ne apprezza la bellezza estetica e l’ombra umida che da riparo dal sole esterno.

Non c’è bene o male, non c’è giusto o sbagliato e non è detto che chi si muove in bicicletta con tenda e sacco a pelo stia facendo un viaggio. Io stesso, in occasione di qualche viaggio in bicicletta sono stato turista. Non è un male, semplicemente durante quel spostamento le emozioni e i sentimenti sono stati quelli di un turista e non di un viaggiatore. Il pellegrino molto probabilmente ha fatto un viaggio. Il viaggiatore ha fatto turismo.

L’aspetto che distingue se lo spostamento sia viaggio o turismo è l’anima e l’atteggiamento di chi si appresta a compierlo.

Quasi in tutti i miei viaggi in bici sono stato viaggiatore. Questo lo dico con una certa convinzione in quanto tuttora mi porto dentro le emozioni che ho vissuto, non solo delle esperienze più lunghe, ma anche dei viaggi più brevi.

Un esempio che mi viene in mente è un viaggio di soli due giorni che mi ha portato a dormire poco distante al Pian delle Fugazze. Ero un ragazzo delle superiori, ricordo che mi sono accampato in un prato poco distante dalla strada ma ben nascosto. A due passi era organizzata, sotto ad un capannone, la Festa della Trota. Ricordo la gente, i discorsi, e qualche racconto di guerra che un paio di anziani hanno voluto condividere.

Sono passati almeno 12 anni ma l’emozione di dormire la notte da solo in una radura al limitare del bosco, svegliarmi la mattina al freddo di aprile e con la tenda fradicia dall’umidità, chiudere tutto e ripartire verso casa non prima di aver bevuto un thé caldo…sono emozioni che continuano a vivere. Qui si che stiamo parlando di viaggio!

Tra tutti i viaggi che hai fatto, puoi parlarci di quello più significativo?

È stato un viaggio in Olanda, fatto nel momento giusto nel posto giusto. Senza volerlo le ruote della mia bici si sono incrociate con i miei sentimenti e le esperienze vissute sono state una pietra miliare nella mia vita, un’unica accordatura” andando a formare quasi un tutt’uno con me. Un esempio: aspettare un traghetto tre ore seduto su una panchina di legno in riva al mare è stato bello, montare in una barca e attraversare un braccio di mare per sbarcare in un isola di sabbia è stato emozionante, l’incontro con delle persone che sono state mie amiche per quei giorni è stata una sorpresa.

->di quello che ha comportato un maggiore adattamento?

Capo Nord. Anche se adattamento non è la parola giusta. Semplicemente sono passato dall’estate all’inverno e le condizioni sono cambiate radicalmente, repentinamente e soventemente. Più che adattamento direi resistenza. L’adattamento c’è stato quando sono partito dall’Italia in Luglio con 30°, dopo pochi giorni le Alpi mi hanno fatto toccare la neve, poi la Polonia mi ha aspettato con un’ afa tremenda; dopo una settimana sono entrato in Scandinavia e pian piano sono andato incontro all’inverno. Scendendo la Norvegia ho fatto una corsa contro l’inverno e il freddo che si faceva sempre più presente fino ai dintorni di Oslo dove le temperature si sono alzate. Poi la Danimarca con un vento impressionante e la Germania con un autunno a regola d’arte, piante rosse, non troppo freddo e qualche pioggia. Di nuovo le Alpi e di nuovo l’inverno con le ghiacciate notturne (era ottobre). Poi la Pianura Padana con di nuovo temperature piacevoli e calde. Il tutto in 100 giorni. Diciamo che è stata proprio una questione di duttilità termica e, nelle situazioni più estreme anche di resistenza.

-> il più avventuroso?

Capo Nord. In 100 giorni te ne capitano tante e spesso ti stupisci di poterle raccontare. Un episodio che ricordo sempre con piacere del viaggio a Capo Nord riguarda un gesto semplice di tutti i giorni: bere.

Ero in viaggio da ormai almeno una quarantina di giorni e pedalavo lungo un sentiero in Finlandia. Erano un paio di giorni che seguivo questo sentiero immerso nei boschi. Era verso metà pomeriggio quando mi sono accorto che era meglio rabboccare le borracce. Avevo con me sempre tre borracce (in totale 2,5 litri) più una bottiglia da 1,5 litri nelle borse. Diciamo che è l’autonomia minima per una giornata di viaggio.

Lungo questo sentiero la mia fonte di approvvigionamento erano i fossi e i laghetti. Essendo il paesaggio principalmente pianeggiante l’acqua correva gentile lungo il fondo di piccoli fossi. Tutta acqua potabile.

Lungo il sentiero, dopo un piccola curva, ho intravisto, in fondo alla vegetazione il riflesso di un lago. Allora ho mollato la bici e borracce alla mano ho iniziato a incamminarmi verso lo specchio d’acqua. Arrivato alle sue rive mi sono reso conto che non era molto grande e con l’occhio ho iniziato a cercare l’immissario. Ovviamente, se devo prendere l’acqua in natura prendo qualche piccola accortezza, come prendere l’acqua più a monte possibile.

Così, una volta visto il torrente che si gettava nel lago mi sono incamminato per andare a raccogliere l’acqua. Mentre mi avvicinavo al fosso camminavo per un sottobosco formato di muschio e piccole piantine che salivano vicine a grossi tronchi e massi levigati. Ogni tanto, con la coda dell’occhio, vedevo muoversi delle renne. Poche e in lontananza mi spiavano. Arrivato al fosso istintivamente mi inginocchio e mi chino per raccogliere l’acqua con le mani.

Un brivido che ancora oggi ricordo ha percorso la mia schiena. Ero inginocchiato e le mie gambe non avrebbero potuto correre. Avevo le mani protese verso il basso e non avrebbero potuto difendermi. Avevo gli occhi che guardavano l’acqua e non potevo vedere chi si avvicinava. Avevo la testa protesa verso il fosso e mostravo la parte più debole di me: il collo. In un secondo sono diventato la preda perfetta.

Nessun lupo si è mai avvicinato e nemmeno fatto vedere. Ma la loro presenza testimoniata dalle impronte e dal verso rendevano quei boschi casa loro. Io ero ospite e, in qualche modo, dovevo camminare sulle uova, sempre attento a non attirare la loro attenzione.

Fare un gesto così vitale e semplice come bere e associarlo alla massima incertezza è stato un turbinio di emozioni. Un gesto che a casa facciamo mille volte senza pensarci e con la normale leggerezza. Lì, invece, mi sono trovato viverlo con un ottica completamente diversa.

Puoi affermare che i tuoi viaggi siano stati viaggi responsabili? se sì, perché?

Diciamo che muoversi in bicicletta non inquina, e che si ha modo di entrare a contatto con le persone del posto. Ci si arricchisce molto nel fare ciò. Mi ricordo una mattina che sono stato svegliato da dei bambini che andavano a scuola. Avevo piantato la tenda dietro una casa abbandonata dove passava un sentiero. Ma alla sera sembrava tutto molto desolato e anche se poco lontane c’erano altre case, mai avrei immaginato che per quel sentiero, alla mattina, i bambini andavano a scuola. In quel caso ho visto uno spezzato della vita quotidiana di chi nasce e cresce in quelle isole (Isole Lofoten, Norvegia).

Vuoi dare un messaggio a chi vuole intraprendere dei viaggi come fai fatto te?

Non credo che il mio messaggio sia importante. Ognuno ha una sua strada e un suo approccio a questo tipo di viaggi. Sicuramente l’unico approccio giusto è quello che rispetta i tempi della nostra persona. Quando troviamo e rispettiamo questi tempi l’esperienza non potrà che essere profonda.

 

Passeggiate interculturali a Padova

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Vi segnalo che all’interno del Progetto Infinito Viaggiare, Storie, Letture e Racconti della “società del migrare”  l’associazione Vite in Viaggio, in collaborazione col Dipartimento FISSPA dell’Università di Padova, ha organizzato un incontro in aula per ragazzi dai 18 ai 35 anni, immigrati o figli di immigrati, nati in Italia e all’estero per parlare:  “il viaggio attraverso il cibo…il piatto dell’amicizia”; a seguito di questo incontro, assieme agli accompagnatori interculturali é stata organizzata sabato 21 maggio una passeggiata interculturale per Padova, per ri-scoprire i luoghi condivisi e vissuti da cittadini di diverse provenienze attraverso i pasti consumati, con delle degustazioni per assaporare e conoscere i diversi piatti tipici.

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La mia intervista per il Blog Viaggio Sostenibile

Ciao,

la sensazione è strana e vi spiego perché: di solito faccio le interviste alle persone o alle realtà che mi piacciono o che smuovono un significato dentro di me; quindi ricevere un’ intervista rivolta a me da una blogger, be’ mi fa un po’ strano! ma mi godo questo momento di celebrità passeggera e vi riporto di seguito…

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La sensazione è strana e vi spiego perché: di solito faccio le interviste alle persone o alle realtà che mi piacciono o che smuovono un significato dentro di me; quindi ricevere un’ intervista rivolta a me da una blogger, be’ mi fa un po’ strano! ma mi godo questo momento di celebrità passeggera e vi riporto di seguito il link per leggervi l’intervista che Selene Casetta, blogger di Viaggio Sostenibile mi ha fatto:

http://www.viaggiosostenibile.com/francesca-panizzolo-consulente-turismo-responsabile-storiesostenibili/


P.S: Grazie Selene, presto ricambierò l’intervista!
a presto,

Francesca

Perchè un Blog?

francesca-panizzolo-consulente-marketing-turistico_inizioBella domanda! Era da un po’ che ci pensavo e volevo spiegare a tutti quelli che mi chiedono, ma che cosa fai? Ecco faccio questo! O meglio spero di spiegarvelo passo passo 🙂 inoltre desideravo mettere in un unico “contenitore” cioè mi piace fare e ciò di cui mi occupo…ecco nasce così, spero le motivazioni siano forti e la mia voglia di lasciarvi entrare nel “mio mondo” vi piacciano… 

In questo Blog desidero parlare di Turismo Responsabile, Sostenibile, Slow, tutto in un’unica formula: “Viaggio autentico” cioè un viaggio reale, non distante, è il nostro viaggio quotidiano quello di tutti i giorni…cioè della VITA, ma quella con “V” maiuscola, cioè non quella solo progettata e sognata mai fatta, ma di quella vissuta, nonostante gli errori e si va’ avanti! 

Per Viaggio autentico intendo un viaggio, un’escursione, una gita che ognuno di noi, può fare anche dietro casa senza andare troppo distante, percorrendo la strada che porterà al lavoro, andando a portare fuori il cane, andando a fare sport, camminando durante una gita domenicale…insomma qualcosa che tutti noi possiamo vivere, ogni giorno, da soli o in compagnia!